la parola farfalla

ieri notte avevo già il bacio del sonno sugli occhi quando ho spento la lucina che uso per leggere mentre sono a letto_mi stavo lasciando trasportare dalla stanchezza verso il fiume lento della notte quando un nodo di pensieri ha cominciato lentamente a farmi tornare indietro_a far tornare a galla la coscienza_sempre di più_fin quando mi sono arresa e ho riacceso la luce_ho ripreso in mano il libro e ho ricominciato a fare finta di leggere_le parole però le guardavo solamente_non mi dicevano niente_non mi dicevano niente intere frasi perchè in realtà avevo capito che quello che dovevo fare era semplicemente aspettare che quei pensieri mi dicessero quel che avevano da dirmi_erano tutti pensieri diversi apparentemente slegati tra loro come di solito sono i pensieri che non ci lasciano dormire e che sembrano sempre così un po’ inutili ma molesti_erano immagini della giornata in ufficio_immagini di persone a me care_ritagli di parole dette_parole da dire o da dire meglio_allora mi sono detta pazienza_pazienza_e ho lasciato che tutti questi pensieri mi sovrastassero_ho smesso di oppormi in quel modo stupido_e allora piano piano ho capito che tutti quei pensieri in fondo volevano dirmi una cosa sola_e cioè che gli errori sembrano tanti ma invece l’errore è uno solo_sempre lo stesso_e cioè avere paura di ammettere che malgrado il coraggio la resistenza e tutti gli sforzi che faccio_la parola giusta è quella_paura_che non si supera continuando ad ignorarla_che non è prova di coraggio ignorarla la paura_che il coraggio invece è prenderla per mano e portarla dove dico io_dove penso che vorrei arrivare_devo ricominciare a pensarci a dove voglio portarla la mia paura_la mia bellissima paura_a ricordarmi di quel posto meraviglioso dove non avrà più paura di me_la mia paura

[ma dammi la mano e torna vicino]

lunga vita ai viziosi!

(you hit me with a flower)
buon compleanno lou.

“i sassi della stazione sono di ruggine nera…”

qui tutto va, come dire? va al contrario di come dovrebbe andare, ecco. dal lavoro alla riunione di condominio passando per un giorno intero, che con ottimismo chiameremo giorno zero, trascorso sul divano, col cellulare spento, a  guardare vecchi film in preda al più cupo scoramento. questo febbraio più lungo di un giorno non mi ha fatto mancare nulla. amare sorprese e incazzature, col cuore che si faceva più pesante, giorno dopo giorno. queste battaglie mi sfiancano, non resta più nulla per me che non sia io stessa, da sola che mi dico dai. ed è proprio di me stessa che devo decidere cosa fare. senza sensazionalismi, dai, seriamente, cosa vuoi fare? mi domando. e allora, tra le altre cose, tra le altre idee, mi giro in lungo e in largo il sito internet di roma tre e, alla fine torno sempre lì, alla facoltà di scienze politiche, nella variante cooperazione e sviluppo. vorrei non vorrei ma se vuoi. quel che in realtà sto cercando e che spero di trovare, in qualche angolo dimenticato del cuore, sono quei due dadi di sana incoscienza da lanciare. intanto faccio piazza pulita, come al solito mio. è un modo esagerato di vederla e di viverla, ma è il mio metodo. però. cose piccole e trascurabili mi distraggono e, senza che me ne renda conto, mi consolano. cose che mi dicono: se ti accorgi di noi sei salva. allora ecco, scrivo questo cielo notturno, limpido da far paura e scrivo della finestra aperta sulla città. la città che, come me, ha voglia di dimenticare l’inverno e molto altro ancora. marzo, vieni, anche a mani vuote, tanto io non aspetto altro che me stessa per ricominciare.

Noi invitiamo a venire nel paese dove gli alberi parlano, dove le associazioni scientifiche somigliano alle onde, dove sono dislocate le truppe primaverili dell’amore, dove il tempo fiorisce come un ciliegio selvatico e spinge come uno stantuffo, dove l’oltreuomo in grembiule da muratore sega le epoche in tante assi e maneggia il proprio domani come un tornitore (Oh, equazioni dei baci – voi! Oh raggio della morte, ucciso dal raggio della morte, posto sul pavimento dell’onda). Noi ci dirigiamo là, giovani, e a un tratto qualcuno che è morto, che è ossuto, ci afferra e ci impedisce di mutar pelle, di uscire dalle penne di uno stupido oggi. È forse bello?

Velimir Chlebnikov

(http://it.wikipedia.org/wiki/Velimir_Chlebnikov)

(non so chi)

oggi verso mezzogiorno
ero buonissimo,
mi sentivo una mollica di pane
messa da dio sul davanzale del mondo.
non so chi l’ha presa,
i versi che ho scritto
o qualcuno che mi ha pensato.
so che sono le due del pomeriggio
e la briciola è sparita.

franco arminio

perchè ‘esiste’ il paradiso, o almeno perchè dovrebbe.

È vero, come ha detto qualcuno, che
in un mondo senza paradiso tutto è addio.
Sia che tu saluti con la mano o no,

è addio, e se non ti salgono lacrime agli occhi
è addio lo stesso, e se fingi di non accorgerti,
odiando ciò che passa, è addio lo stesso.

Mark Strand

da qui

da qui http://toniorasputin.blogspot.com/2012/02/lultima-poesia-della-szymborska.html

l’ultima poesia della szymborska

non è quella scritta poco prima di dormire
e lasciata in un appunto senza precauzioni
fra le pagine gonfie dell’agenda
sotto la bottiglia d’acqua naturale
così da far felici in un sol colpo
i romanzieri a caccia di reliquie e i coccodrilli della sera

ma quella che mi hai letto in libreria
fra gli scaffali come mura nel deserto
e poi hai riposto alla rinfusa nella sera
del mio compleanno n°35
che dicevi ti regalerò una torta e una poesia
che diceva tutto m’importa di te anche i tuoi versi.

Le pietre, Tomas Transtromer

Sento cadere le pietre che abbiamo gettato,

cristalline negli anni. Nella valle

volano le azioni confuse dell’attimo

gridando da cima a cima degli alberi, tacciono nell’aria più leggera del presente,

planano

come rondini da cima

a cima dei monti finché

raggiungono l’altopiano più remoto

lungo la frontiera con l’aldilà.

Là cadono

le nostre azioni cristalline

su nessun fondo,

tranne noi stessi.

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