certe volte non importa davvero come si comincia, nè da dove. l’importante è semplicemente farlo, rompere gli indugi. figuriamoci quanto importante possa essere il modo in cui si ri-comincia. tutti quanti abbiamo lasciato qualcosa a metà, vero? e allora perchè scervellarci a tornare indietro, all’inizio. partiamo da qui. dalla fine.

stasera ho cenato con dei felafel comprati in una specie di fast food gestito da un curdo, vicino casa mia. è un posto abbastanza brutto e piuttosto mal frequentato, almeno ad un primo sguardo disattento o disabituato al folklore del quartiere. sarà per questo che mi piace tanto. così come mi piacciono tutte le cose, le persone, che rivelano una bellezza segreta oltre le apparenze. una bellezza che non si fa scegliere, perchè è lei stessa a scegliere a chi rivelarsi.

i felafel sono ottimi per giunta.

dopo tre volte che ci vado in tot mesi i cuochi dietro il bancone e lui, il tizio curdo, dietro la cassa, mi riconoscono e mi sorridono pure. this is my friend, ho sentito che diceva il curdo ai cuochi quando sono entrata. forse era un modo per chiedergli di trattarmi bene e concedermi un sorriso.

poi una volta magari racconto come faccio a sapere che è curdo eccetera eccetera.

in effetti lì dentro quando sorridono sembra trasformarsi tutto. cancellano in un secondo quel muro che hanno negli occhi e mi fanno sentire meno stupida per via della simpatia che comunque provavo per loro, anche quando facevano gli antipatici.

allora.
vorrei copiare qui un breve scritto che ho trovato in una meravigliosa raccolta di pensieri ed articoli scritti da pierpaolo pasolini. la raccolta si chiama ‘album pasolini’. è una lettura speciale e io ve la consiglio, soprattutto se non conoscete ancora pasolini, malgrado lo straparlare che se ne fa a intervalli regolari. neanche fosse un oracolo da riesumare ogni volta che fa comodo. (ma forse in italia certe ‘morti’ celebri fanno comodo per questo)

Gli articoli apparsi sui giornali e le pagine tratte dai diari sono illuminanti, ma la cosa che mi ha colpito di più, per non dire folgorato è stata questa: un estratto da una lettera indirizzata a Silvana Mangano. Mi rendo conto che forse conoscendo la storia e il carattere della Mangano queste parole acquisterebbero il senso davvero speciale che hanno. Io, tra le altre cose, ho visto un documentario su di lei, un po’ di tempo fa. Magari trovate qualcosa in rete, se siete davvero curiosi.
Da Lettera aperta a Silvana Mangano

[...] Siamo ugualmente puntuali e ligi come ragazzini bravi a scuola, non è vero?, e abbiamo un ben radicato senso del nostro dovere: non mancheremmo mai alla nostra parola… Non mi era difficile ‘contemplare’ tutti questi aspetti della tua natura – puntualità, senso del dovere, lealtà -  mentre lavoravamo insieme, nel Marocco, a Roma, a Milano. Ed è tutto questo, strano a dirsi, che produce il mistero della tua bellezza. La tua bellezza amara: che si offre, incombente, come una teofania, uno splendore di perla; mentre in realtà, tu sei lontana. Appari dove si crede, si lavora, ci si dà da fare:  ma sei dove non si crede, non si lavora, non ci si dà da fare. Richiamata qua da un obbligo che (chissà perchè) si ha vivendo, resta la realtà della tua lontananza, come una lastra di vetro fra te e il mondo. Senza che ce lo siamo mai detto (dato il selvaggio pudore) la mia anima era spesso con te, dietro quel vetro. [...]